Perché alcune persone cambiano sempre lavoro? Ecco cosa dice la psicologia

Hai presente quel collega che ogni volta che lo incontri ha un badge diverso? O quella persona su LinkedIn il cui curriculum sembra un romanzo russo per la quantità di capitoli lavorativi? Magari sei tu stesso quella persona che ha cambiato quattro aziende negli ultimi due anni e i tuoi genitori continuano a chiederti “ma quando ti stabilizzi?”

Bene, la psicologia ha alcune risposte interessanti su cosa spinge certe persone a trattare il mondo del lavoro come un buffet infinito dove assaggiare sempre qualcosa di nuovo. E no, non è sempre quello che pensi. A volte è ambizione pura, altre volte è autoprotezione, altre ancora potrebbe essere qualcosa di più profondo che meriterebbe un’occhiata più attenta.

La psicologa Francesca Zampone, intervistata da iO Donna, ha analizzato questo fenomeno sempre più diffuso tra le nuove generazioni. Quello che emerge è un quadro complesso dove il cosiddetto job hopping non è più visto automaticamente come un difetto caratteriale, ma come una risposta a un mondo del lavoro che sta cambiando rapidamente e a priorità personali che si sono completamente ribaltate rispetto al passato.

Quindi mettiamoci comodi e andiamo a scoprire quali sono i motivi psicologici più comuni che trasformano alcune persone in nomadi professionali. Spoiler: alcuni ti faranno pensare “sono proprio io”, altri ti faranno guardare il tuo curriculum con occhi diversi.

La mente affamata di novità: quando stare fermi è peggio di un lavoro noioso

Partiamo dal lato positivo della medaglia, perché cambiare spesso lavoro non è sempre un problema. Alcune persone hanno semplicemente un cervello programmato per divorare sfide nuove come fossero patatine: non ne hanno mai abbastanza.

Gli psicologi chiamano questa caratteristica growth mindset, un concetto reso celebre dalla ricercatrice Carol Dweck. In pratica, queste persone credono profondamente che le loro capacità possano sempre migliorare attraverso impegno e apprendimento continuo. Per loro, padroneggiare completamente un ruolo non è un traguardo gratificante, è l’inizio della noia mortale.

Questi professionisti arrivano in un’azienda, imparano tutto in tempi record, raggiungono gli obiettivi con una facilità che fa invidia ai colleghi, e poi iniziano a guardarsi intorno con quello sguardo che dice “okay, e adesso cos’altro c’è?”. Non sono insoddisfatti in senso negativo, semplicemente il loro cervello ha bisogno di stimoli costanti per sentirsi vivo e ingaggiato.

Il bello di questo approccio è che ogni cambio porta con sé un bottino prezioso: nuove competenze tecniche, una rete professionale sempre più ampia, stipendi che crescono più velocemente della media e una visione panoramica del proprio settore che pochi possono vantare. In un mercato del lavoro dove la flessibilità vale oro, questo tipo di curriculum variegato può essere un asso nella manica.

Ma attenzione, c’è un prezzo da pagare. Chi salta continuamente da un lavoro all’altro rischia di rimanere sempre in superficie, senza mai sviluppare quella profondità di competenza che richiede anni di esperienza nello stesso campo. Diventare un vero esperto riconosciuto richiede tempo, e il tempo richiede radici.

L’erba del vicino è sempre più verde: quando l’insoddisfazione non ha mai fine

Ora passiamo a un territorio più scivoloso. C’è una categoria di persone che cambiano lavoro con la stessa frequenza con cui cambiano idea sul ristorante della sera: sempre convinti che la prossima scelta sarà quella perfetta, per poi scoprire dopo pochi mesi che anche lì qualcosa non quadra.

Questo pattern rivela un’insoddisfazione cronica che spesso ha poco a che fare con il lavoro in sé. È quella vocina nella testa che sussurra costantemente “potresti avere di meglio”, alimentata magari dai social media dove tutti sembrano avere il lavoro dei sogni, lo stipendio favoloso e il capo comprensivo che non esiste nella realtà.

Gli esperti che analizzano l’insoddisfazione lavorativa cronica evidenziano come questa condizione possa manifestarsi con sintomi psicologici ben precisi: stress che non se ne va mai, ansia generalizzata, umore che tende al basso e quella sensazione persistente che manchi sempre qualcosa di fondamentale. Il problema è che quel qualcosa spesso non è nel lavoro, ma dentro la persona stessa.

Queste persone hanno aspettative irrealistiche su cosa dovrebbe essere un lavoro. Vogliono lo stipendio alto, l’ambiente perfetto, i colleghi che diventano migliori amici, il capo che è anche un mentore illuminato, progetti sempre stimolanti e zero stress. Quando la realtà inevitabilmente delude queste aspettative da film hollywoodiano, la soluzione sembra semplice: cambiare. Peccato che il prossimo lavoro presenterà lo stesso gap tra aspettativa e realtà.

Il rischio qui è finire in un loop infinito dove si cerca all’esterno una soluzione a un problema interno. Spoiler: non funziona.

Scappare dall’ambiente tossico: quando cambiare lavoro è pura salute mentale

Ora facciamo una distinzione importante, perché non tutti quelli che cambiano spesso lavoro hanno un problema. A volte il problema è proprio il posto dove stanno, e riconoscerlo per tempo è un atto di intelligenza emotiva, non di debolezza.

Un ambiente di lavoro tossico non è quello dove il caffè fa schifo o dove il lunedì mattina nessuno ha voglia di lavorare. Parliamo di situazioni con capi che praticano leadership autoritaria o manipolatoria, colleghi che fanno mobbing sistematico, carichi di lavoro che ti portano al limite del collasso, zero riconoscimento per gli sforzi e un’atmosfera generale dove il rispetto umano è optional.

In contesti del genere, cambiare lavoro frequentemente non è fuga, è autoprotezione. La Teoria dell’Autodeterminazione elaborata dagli psicologi Deci e Ryan spiega che gli esseri umani hanno tre bisogni psicologici fondamentali per funzionare bene: autonomia nelle proprie scelte, senso di competenza in quello che fanno e relazioni positive con chi li circonda. Quando un ambiente lavorativo calpesta anche solo uno di questi bisogni in modo sistematico, è normale che la motivazione crolli e che la salute mentale ne risenta.

Le nuove generazioni, come sottolineato dalla psicologa Zampone, hanno sviluppato un’attenzione molto maggiore verso questi aspetti rispetto ai loro genitori. Per i giovani di oggi il benessere mentale viene prima dello stipendio, la vita personale conta più della carriera tradizionale, e un ambiente tossico non viene più tollerato in silenzio per decenni come facevano le generazioni precedenti.

Il remote working ha poi alzato drasticamente l’asticella delle aspettative. Una volta che hai assaporato la libertà di gestire il tuo tempo, evitare un’ora di traffico e lavorare in pigiama quando ti va, tornare a un ufficio con presenza obbligatoria e orari rigidi solo perché “si è sempre fatto così” diventa semplicemente insostenibile.

Però attenzione: esiste anche il fenomeno opposto. Ci sono persone che trovano tossicità ovunque vadano, identificando costantemente nemici, ingiustizie e problemi in ogni contesto lavorativo. Se ogni singolo posto dove lavori diventa magicamente “l’ambiente più tossico del mondo”, forse il problema non è sempre l’ambiente.

Il perfezionista terrorizzato: scappare prima di essere smascherati

Questa è una dinamica che pochi sospettano ma che è incredibilmente comune: alcune persone cambiano continuamente lavoro perché soffrono della sindrome dell’impostore potenziata dal perfezionismo patologico.

Funziona così: la persona inizia un nuovo lavoro piena di entusiasmo e motivazione. Durante i primi mesi, tutto va bene perché nessuno si aspetta la perfezione da chi sta ancora imparando. Ma non appena la fase di inserimento finisce e si inizia a pretendere performance complete, l’ansia esplode come un vulcano.

Il perfezionista con sindrome dell’impostore vive nel terrore costante di essere “scoperto” come un impostore che in realtà non sa fare il proprio lavoro. Ogni piccolo errore diventa la prova schiacciante della propria inadeguatezza, ogni critica costruttiva suona come una condanna, ogni difficoltà normale del lavoro diventa la dimostrazione che prima o poi tutti capiranno che non sei abbastanza bravo.

La ricerca sulla sindrome dell’impostore, originariamente studiata dalle psicologhe Clance e Imes già negli anni Settanta, mostra come questa condizione spinga le persone ad abbandonare ruoli proprio quando stanno per consolidarsi, optando per nuovi inizi che offrono il sollievo temporaneo di ricominciare da zero.

Qual è la tua principale spinta al job hopping?
Ambizione di crescita
Fuga da tossicità
Ricerca di benessere
Sindrome dell'impostore
Paura dell'impegno

Il ciclo è diabolico: ogni fuga rinforza la convinzione di non essere mai abbastanza bravo da restare, e ogni nuovo inizio offre solo qualche mese di pace prima che l’ansia torni a bussare. Dall’esterno sembra ambizione o ricerca di opportunità migliori, ma in realtà è evitamento puro della propria paura di fallire.

La rivoluzione dei valori: quando il benessere batte lo stipendio

Uno dei motivi più affascinanti per cui le persone oggi cambiano spesso lavoro riguarda un vero e proprio terremoto valoriale. Le nuove generazioni hanno completamente ridefinito cosa significa “avere successo” nel lavoro, e questo sta mandando in crisi i modelli tradizionali.

Come evidenziato nell’intervista a Francesca Zampone, i giovani oggi privilegiano la vita personale rispetto alla carriera in modo che sarebbe stato impensabile per i loro genitori o nonni. Non è pigrizia o mancanza di etica del lavoro, è una diversa scala di priorità: tempo per sé stessi, per gli hobby, per le relazioni, per la salute mentale vengono prima dell’avanzamento di carriera o dell’approvazione del capo.

Quando un lavoro pretende sacrifici incompatibili con questi valori, la risposta è semplice: arrivederci. Straordinari costanti non pagati? Cambio. Cultura aziendale del “sempre connessi anche la domenica”? Cambio. Ferie negate per emergenze inventate? Cambio. E si continua a cambiare finché non si trova un equilibrio che rispetti davvero i propri confini.

Questo atteggiamento sta costringendo le aziende a ripensare completamente come organizzano il lavoro. Il fenomeno delle “grandi dimissioni” degli ultimi anni altro non è che la manifestazione collettiva di questo cambio di paradigma. Il problema per chi cambia spesso per questi motivi è che rischia di essere etichettato come inaffidabile da datori di lavoro che sono ancora mentalmente negli anni Ottanta.

Quando crescere è un bisogno vitale: il plateau insopportabile

Un’altra motivazione profondamente psicologica riguarda la sensazione di essere bloccati. Gli esseri umani sono biologicamente programmati per crescere, apprendere, evolvere. Quando questa crescita si ferma, scatta un allarme interno che per alcune persone diventa letteralmente insopportabile.

La mancanza di opportunità di sviluppo professionale è uno dei motivi più citati nelle indagini sul turnover lavorativo. Non si tratta necessariamente di promozioni o aumenti di stipendio, anche se ovviamente aiutano. Si tratta della sensazione di non imparare più nulla di nuovo, di ripetere meccanicamente le stesse identiche mansioni giorno dopo giorno senza alcuna prospettiva di evoluzione.

Questa frustrazione si collega direttamente al bisogno di competenza descritto dalla Teoria dell’Autodeterminazione: quando senti di padroneggiare completamente un compito senza possibilità di ulteriore sviluppo, la motivazione intrinseca crolla come un castello di carte. Il lavoro diventa un automatismo vuoto, il cervello va in standby, e la mente inizia freneticamente a cercare altrove quella sfida necessaria per sentirsi vivi.

Per alcune personalità questo è particolarmente critico. Le persone con alta apertura all’esperienza, uno dei cinque grandi tratti della personalità studiati dalla psicologia, hanno letteralmente bisogno di varietà, novità e complessità per funzionare al meglio. Per loro un plateau professionale è come una prigione mentale.

La paura dell’impegno: quando mettere radici fa paura

Arriviamo a un territorio delicato: la paura dell’impegno a lungo termine. Non stiamo parlando solo di relazioni sentimentali, questo schema può manifestarsi anche nel lavoro rivelando dinamiche psicologiche che meritano attenzione.

Alcune persone cambiano costantemente posizione perché l’idea stessa di radicarsi in un posto, costruire relazioni profonde con i colleghi, investire anni in un progetto genera un’ansia che diventa ingestibile. Nelle situazioni più complesse questo pattern può collegarsi a difficoltà relazionali più profonde o, nei casi più seri, a disturbi della personalità caratterizzati da instabilità relazionale cronica e impulsività.

È fondamentale chiarire che solo un professionista della salute mentale può fare diagnosi di questo tipo, e che la stragrande maggioranza delle persone che cambiano spesso lavoro non hanno alcun disturbo psicologico. Però se il pattern di cambi frequenti si accompagna ad altri segnali nella vita personale, come relazioni interpersonali instabili, decisioni impulsive ripetute in diversi ambiti, paura dell’abbandono che si alterna a paura dell’intimità, forse vale la pena esplorare più a fondo con l’aiuto di uno psicoterapeuta.

Anche senza arrivare a questioni cliniche, la paura dell’impegno professionale può derivare semplicemente da esperienze passate negative, insicurezza sul proprio percorso o una fase di esplorazione identitaria che si prolunga più del previsto. In questi casi cambiare spesso è un modo per rimandare decisioni definitive sul proprio futuro, mantenendo sempre aperte tutte le porte possibili.

Come capire se stai crescendo o scappando

Dopo tutta questa panoramica, la domanda vera diventa: come faccio a capire se sto seguendo una sana strategia di crescita o se sto semplicemente scappando da qualcosa? Non esiste una risposta che va bene per tutti, ma ci sono alcuni segnali che possono aiutare.

Se dopo ogni cambio ti senti energizzato, impari competenze nuove, costruisci una rete professionale più ampia e vedi obiettivi concreti che si realizzano, probabilmente stai seguendo una strategia di crescita legittima. Se invece ogni cambio è accompagnato da senso di fallimento, dalla ripetizione degli stessi identici problemi, dalla sensazione di essere inseguito da qualcosa che non riesci a definire, forse è il momento di fermarsi e guardare dentro invece che fuori.

Prova a porti alcune domande oneste:

  • I problemi che trovo in ogni lavoro hanno elementi in comune?
  • Le mie aspettative sono realistiche o sto cercando una perfezione che non esiste?
  • Sto scappando da qualcosa o correndo verso qualcosa?
  • Quali schemi si ripetono sempre nelle mie decisioni di cambiare?

Un altro indicatore importante riguarda i tempi. Cambiare dopo aver raggiunto determinati obiettivi, dopo aver davvero esaurito le possibilità di crescita in quel contesto, dopo tentativi genuini di migliorare la situazione è molto diverso dal cambiare impulsivamente appena emergono le prime difficoltà serie o le prime vere responsabilità.

Quando cambiare è una risorsa, non un problema

Prima di chiudere, vale la pena ribaltare completamente la prospettiva. Contrariamente agli stereotipi ancora diffusi, cambiare frequentemente lavoro non è automaticamente un difetto caratteriale o un segnale di instabilità. In molti settori, specialmente quelli tecnologici o creativi, è addirittura considerato normale e salutare.

Un curriculum variegato può dimostrare adattabilità straordinaria, ampiezza di competenze che pochi possiedono e capacità di apprendimento rapido che vale oro nel mercato contemporaneo. Il cosiddetto job hopping strategico, quello fatto per ottenere stipendi più alti, ruoli più sfidanti e settori più promettenti, è una strategia di carriera perfettamente legittima che spesso porta risultati economici migliori rispetto a chi resta trent’anni nella stessa azienda.

La chiave di tutto sta nell’intenzionalità. Stai facendo scelte consapevoli verso obiettivi che hai definito chiaramente, o stai reagendo emotivamente a disagi che sembrano seguirti ovunque come un’ombra? Questa distinzione fa tutta la differenza del mondo tra strategia vincente e sintomo di qualcosa da affrontare.

Alla fine, in un mondo del lavoro in continua trasformazione dove le certezze del posto fisso per tutta la vita sono evaporate, forse la vera competenza sta nel conoscersi abbastanza bene da capire quando cambiare rappresenta crescita e quando rappresenta fuga, quando restare è perseveranza intelligente e quando è solo paura del cambiamento mascherata da fedeltà aziendale. Se riconosci te stesso in alcuni di questi pattern e senti che il tuo modo di cambiare lavoro ti sta causando più ansia che benefici, potrebbe essere utile esplorare queste dinamiche con un professionista della salute mentale.

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